5 Mi chiese di provare ad avere un figlio
Aldilà di alcuni bei momenti isolati, le giornate erano lunghe e spesso difficili accanto a lui… Ma entrambi desideravamo trovare una soluzione illuminante e definitiva ai nostri problemi, che non fosse quella di troncare la nostra storia. Eravamo, infatti, convinti (certamente in modi diversi) di voler stare insieme e di salvare il nostro rapporto…
Una sera lui mi fece un discorso particolare. Mi disse che mi voleva bene sul serio, aldilà delle nostre “incomprensioni”. Mi disse che saremmo comunque rimasti insieme, che non ci saremmo lasciati in nessun caso, e che sentiva l’esigenza di trovare un modo che ci garantisse di restare uniti, nonostante le liti, perché non voleva perdermi.
Mi chiese di provare ad avere un figlio.
Ero felice, mi sembrava la soluzione ai nostri problemi. Mi sembrava la via di salvezza, il miracolo che ci avrebbe unito per sempre.
Non capivo quanto fosse pericoloso tutto questo. Non capivo e non vedevo il male che avrei potuto procurare a me stessa, a Marco e soprattutto a quella creatura che il nostro "io" aveva pensato di chiamare in causa, come se potesse, in qualche modo, risolvere dei problemi in realtà senza via d’uscita.
Decidemmo quindi di smettere di prendere precauzioni.
Per un brevissimo periodo, quella nuova complicità ci avvicinò, regalandoci sensazioni profonde e molto dolci; delle vive speranze per un futuro certamente migliore…sereno, felice, che ci avrebbe fatto dimenticare il periodo burrascoso che stavamo attraversando.
Continuammo a vederci per altri due mesi circa, avanzando faticosamente tra alti e bassi. Sperando entrambi che da un momento all’altro sarebbe arrivato dal cielo un segno: una benedizione "divina" al nostro amore.
Ma in realtà nulla era cambiato. Eravamo stufi della situazione, stremati. L’uno dalla rabbia mista a malinconia e l’altra, dalle liti violente seguite dagli opprimenti silenzi senza fine.
Ricordo con disgusto serate, all’origine quasi piacevoli, che poi si trasformavano inspiegabilmente in un incubo. Momenti di allegria tramutati, chissà come, anche solo per una banalissima frase equivocata, in ore drammatiche in cui si litigava violentemente. Si degenerava poi con offese verbali da parte di entrambi, e purtroppo talvolta anche fisiche da parte di Marco, quando nei suoi occhi scorgevo una luce iraconda che non trovava via d’uscita se non attraverso scatti di aggressività fuori controllo.
Una volta mi è capitato di ricevere un ceffone da lui, di essere strattonata e gettata per terra. In quel momento l'ho odiato profondamente, ma in quegli istanti capivo anche che razza di mostro avessi al mio fianco, che persona insensibile e manesca fosse in realtà.
Disprezzavo lui e anche me stessa attraverso il suo vile comportamento. Mi ripetevo che se gli permettevo di trattarmi così, era perché sapevo di non meritare di meglio… La già delicata stima che avevo di me, mi abbandonava lentamente.
Qualche volta ricevevo delle scuse, e qualche volta mi sentivo ancora più umiliata quando mi sentivo biasimare per giunta. Mi intimava di non perdermi in inutili piagnistei, di non farla troppo lunga, perché <<non lo aveva fatto mica di proposito! Era stato un momento “così”…>>, che io stavo ingigantendo senza motivazioni valide.
Ricordo perfettamente l’episodio squallido che non riuscirò mai a dimenticare, in cui, durante “un’accesa discussione”, mi diede uno spintone così forte da farmi cadere per terra. Ricordo il suo sguardo glaciale che mi fissava, e la sua voce che quasi mi scherniva, accusandomi di non essere in grado neppure di reggermi in piedi.
Ma che razza di amore era mai questo? Dov’era la felicità che avevo sognato da sempre, come qualunque adolescente che poi si ritrova inaspettatamente donna?
Mi fu fin troppo chiaro, a quel punto, quanto fosse stato pericoloso idealizzarlo.
Marco non assomigliava affatto all’uomo dolce e premuroso che avevo sempre desiderato, e avevo sognato di trovare in lui, guardandolo negli occhi per la prima volta.
